L'uomo e il pianeta a rischio (2/3)
LA DIETA CARNEA: INFORMAZIONI SU CUI RIFLETTERE
Sommario
I ricchi consumatori del Primo mondo si godono i
piaceri di una dieta carnea, ma patiscono le conseguenze degli
eccessi che la posizione dominante nell'artificiosa scala delle
proteine comporta: con il corpo intasato di colesterolo, vene e
arterie occluse dai grassi animali, sono vittime delle
"malattie del benessere", degli attacchi cardiaci, dei
tumori del colon e della mammella, del diabete (Jeremy Rifkin).
Uno degli aspetti che forse sfuggono ai più è che il
dissennato sfruttamento dell'ambiente che l'umanità
mette in atto, non mette a rischio il pianeta su cui viviamo.
Si può notare che sentiamo spesso parlare di "pianeta a
rischio", di "fine del mondo", di "natura a
rischio", ma dietro a queste parole è nascosta una sottile
falsità, una mistificazione significativa, purtroppo in molti
casi anche inconsapevole:
la terra e la vita su di essa, in qualche modo, sotto qualche
forma, continueranno ad esistere, a prescindere dal comportamento
irresponsabile dell'umanità.
A rischio è "solo" la specie umana. E' un
concetto semplice quanto incompreso.
E' l'uomo che mette a rischio se stesso, o meglio la
sua specie.
C'è qualcosa di perverso e terribile in questo: possibile
che l'uomo non abbia a cuore nemmeno sé stesso?
Purtroppo è così, e per una semplicissima ragione: l'uomo
"non spirituale" non ha ancora capito che il mondo è
stato, è, e sarà, il mezzo unico e necessario alla sua anima,
nelle susseguenti e molteplici vite, per evolvere.
L'uomo, materialistico e miope, vede solo il tornaconto
della sua presente esperienza, e intende massimizzare
l'accumulo di agi e ricchezze fini a se stessi in una sola
breve vita: quale miserevole intento!
Vorrei proporre in queste pagine un breve excursus di come
l'uomo metta in atto il suo "relativamente
inconsapevole"- disegno di autodistruzione, partendo da
considerazioni sui principali meccanismi in atto, sul come tali
automatismi siano vicini ad ognuno di noi occidentali, su quanto
sarebbe possibile fare per modificare il tragico andamento, per
giungere infine a considerazioni che possano dare una
collocazione spirituale a tutto il tema. Un tema la cui
importanza è tale da richiedere la più grande attenzione che
ognuno di noi, abitanti del "primo mondo", possa
dedicarvi.
Una delle espressioni più efferate dello sfruttamento che
l'umanità impone al pianeta ci riguarda molto da vicino. Ma
questa vicinanza ad ognuno è un fatto positivo, in quanto -come
vedremo- ognuno di noi è, o meglio, sarebbe, in grado di fare
qualcosa per il suo pianeta. Si tratta dell'uso di carne per
l'alimentazione umana.
L'economista Jeremy Rifkin, scrittore, docente alla
Wharton School of Finance and Commerce e presidente della
Foundation on Economic Trends e della Greenhouse Crisis
Foundation, uno dei più famosi "teorici" no-global, ha
scritto un famoso libro: Ecocidio, ascesa e caduta della
cultura della carne, (Mondadori), nel quale con mirabile
acume analizza il costo che ha per l'umanità questa
"attitudine", sviluppatasi esponenzialmente
nell'ultimo secolo.
La tesi iniziale di Rifkin è significativa: sono due miliardi
gli uomini che soffrono la fame. Il numero potrebbe decrescere
ma, come al solito, l'interesse dei pochi (potenti) prevale sul
destino dei molti (fragili).
Egli illustra come il "racket dell'Hamburger",
assorbendo il 36 per cento della produzione mondiale di grano per
l'allevamento del bestiame, impedisca di eliminare il
problema nella fame nel mondo.
Centinaia di milioni di persone nel mondo lottano ogni giorno
contro la fame perché gran parte del terreno arabile viene oggi
utilizzato per la coltivazione di cereali ad uso zootecnico
piuttosto che per cereali destinati all'alimentazione umana. I
ricchi del pianeta consumano carne bovina e suina, pollame e
altri di tipi di bestiame, tutti nutriti con foraggio, mentre i
poveri muoiono di fame.
Negli ultimi cinquant'anni la nostra società globale ha
costruito a livello mondiale una scala di proteine artificiali
sul cui gradino più alto ha collocato la carne bovina e quella
di altri animali nutriti a foraggio.
Oggi i popoli ricchi, specie in Europa, Nord America e Giappone,
se ne stanno appollaiati in cima a questa catena alimentare
divorando il patrimonio dell'intero pianeta.
Il passaggio avvenuto nel mondo agricolo dalla coltivazione di
cereali per l'alimentazione umana a quella di foraggio per
l'allevamento degli animali rappresenta una nuova forma di umana
malvagità, le cui conseguenze potrebbero essere di gran lunga
maggiori e ben più durature di qualunque sbaglio commesso in
passato dall'uomo contro i suoi simili.
Oggi, oltre il 70 per cento del grano prodotto negli Stati
Uniti è destinato all'allevamento del bestiame, in gran parte
bovino.
Sfortunatamente, di tutti gli animali domestici, i bovini sono
fra i convertitori di alimenti meno efficienti.
Sperperano energia e sono da molti considerati le
"Cadillac" delle fattorie animali.
Per far ingrassare di circa mezzo chilo un manzo da allevamento,
occorrono oltre 4 chili di foraggio, di cui oltre 2 chili e mezzo
sono cereali e sottoprodotti di mangimi, e il restante chilo e
mezzo è paglia tritata.
Questo significa che solo l'11 per cento di foraggio assunto dal
manzo diventa effettivamente parte del suo corpo; il resto viene
bruciato come energia nel processo di conversione, oppure
assimilato per mantenere le normali funzioni corporee, oppure
assorbito da parti del corpo che non sono commestibili, ad
esempio la pelle o le ossa.
Quando un manzo di allevamento sarà pronto per il macello, avrà
consumato 1.223 chili di grano e peserà approssimativamente 475
chilogrammi.
Attualmente, negli Stati Uniti, 157 milioni di tonnellate di
cereali, legumi e proteine vegetali, potenzialmente utilizzabili
dall'uomo, sono destinate alla zootecnia: è una produzione di 28
milioni di tonnellate di proteine animali che l'americano medio
consuma in un anno.
I bovini e il resto del bestiame stanno divorando gran parte
della produzione di grano del pianeta.
È necessario sottolineare che si tratta di un nuovo fenomeno
agricolo, del tutto diverso da quanto sperimentato prima d'ora.
Ironicamente, la transizione dal foraggio al mangime è avvenuta
senza troppe polemiche, nonostante si tratti di un fatto che ha
avuto, nella politica di utilizzo del territorio e di
distribuzione alimentare, un impatto maggiore di qualunque altro
singolo fattore.
In tutto il mondo la domanda di cereali per la zootecnia continua
a crescere perché le multinazionali cercano di capitalizzare
sulla richiesta di carne proveniente dai paesi ricchi.
Fra il 1950 e il 1985, gli anni boom dell'agricoltura, negli
Stati Uniti e in Europa, due terzi dell'aumento di produzione di
grano sono stati destinati alla fornitura di cereali
d'allevamento per lo più bovino.
Nei paesi in via di sviluppo, la questione della riforma
agricola ha periodicamente chiamato a raccolta intere popolazioni
di agricoltori, nonché generato sommosse politiche populiste.
Tuttavia, mentre le questioni della proprietà e del controllo
della terra sono sempre state temi di grande rilevanza, il
problema di come la terra venisse utilizzata ha sempre suscitato
meno interesse nell'ambito del dialogo politico.
Eppure, è stata la decisione più iniqua della storia quella di
usare la terra per creare una catena alimentare artificiale che
ha portato alla miseria centinaia di milioni di esseri umani nel
mondo.
È importante tenere a mente che un acro di terra coltivato a
cereali produce proteine in misura cinque volte maggiore rispetto
ad un acro di terra destinato all'allevamento di carni; i legumi
e le verdure possono produrne rispettivamente 10 e 15 volte
tanto.
Le grandi multinazionali che producono semi e prodotti chimici
per l'agricoltura, allevano bestiame e controllano i mattatoi e i
canali di marketing e distribuzione della carne, hanno tutto
l'interesse di pubblicizzare i vantaggi del bestiame allevato a
cereali.
La pubblicità e le campagne di vendita destinate ai paesi in via
di sviluppo equiparano ed associano all'allevamento di bovini
nutriti a foraggio il prestigio di quel dato paese.
Salire la scala delle proteine è diventato un simbolo di
successo che assicura l'entrata in un club elitario di produttori
che sono in cima alla catena alimentare mondiale.
Il periodico americano "Farm Journal" riflette con
queste parole i pregiudizi della comunità agro-industriale:
"Incrementare e diversificare le forniture di carne sembra
essere il primo passo di ogni paese in via di sviluppo".
Iniziano tutti con l'allevamento di polli e con l'installazione
di attrezzature per la produzione delle uova: è il modo più
veloce ed economico che permette di produrre proteine non
vegetali.
Poi, quando le loro economie lo permettono, salgono "la
scala delle proteine" e spostano la loro produzione verso
carne suina, latte, latticini, manzo nutrito al pascolo.
Per poi arrivare, in alcuni casi, al manzo allevato con grano
raffinato".
Incoraggiare altri paesi a salire la scala delle proteine
promuove gli interessi degli agricoltori occidentali (americani
soprattutto) e delle società agro-industriali.
Molti di noi saranno sorpresi di sapere che due terzi di tutto il
grano esportato dagli Stati Uniti verso altri paesi è destinato
all'allevamento del bestiame più che a soddisfare il fabbisogno
di cibo dei popoli.
Molti paesi in via di sviluppo hanno iniziato a salire la scala
delle proteine all'apice del boom agricolo, quando la tecnologia
della "rivoluzione verde" produceva grano in eccesso.
Nel 1971 la Fao suggerì di passare al grano grezzo che poteva
essere consumato più facilmente dal bestiame.
Il governo americano incoraggiò ulteriormente i suoi
programmi di aiuti all'estero, collegando gli aiuti alimentari
allo sviluppo sul mercato dei cereali foraggieri.
Società come la Ralston Purina e la Cargill hanno ricevuto
finanziamenti governativi a basso tasso di interesse per la
gestione di aziende avicole e l'uso di cereali foraggeri nei
paesi in via di sviluppo, iniziando queste nazioni al viaggio che
le avrebbe condotte verso la scala delle proteine.
Molte nazioni hanno seguito il consiglio della Fao e si sono
sforzate di rimanere in cima a questa scala anche dopo che gli
eccessi della "rivoluzione verde" erano svaniti.
Negli ultimi 50 anni la produzione mondiale di carne si è
quintuplicata.
Il passaggio dal cibo al mangime continua velocemente in molti
paesi in modo irreversibile, nonostante il crescente numero di
persone che muoiono di fame.
Le conseguenze di queste trasformazioni - e il significato che
hanno per l'uomo - sono state drammaticamente dimostrate da
quanto accaduto in Etiopia nel 1984, quando migliaia di persone
sono morte di fame.
L'opinione pubblica non era al corrente del fatto che in quel
momento l'Etiopia stesse utilizzando parte dei suoi terreni
agricoli per la produzione di panelli di lino, di semi di cotone
e semi di ravizzone da esportare nel Regno Unito e in altri paesi
europei come cereali foraggieri destinati alla zootecnia.
Al momento sono milioni gli acri di terra che nel Terzo mondo
vengono utilizzati esclusivamente per la produzione di mangime
destinato all'allevamento del bestiame europeo.
Purtroppo, l'80 per cento dei bambini che nel mondo soffrono
la fame vive in paesi che di fatto generano un surplus alimentare
che viene però per lo più prodotto sotto forma di mangime
animale e che di conseguenza viene utilizzato solo da consumatori
benestanti.
Al momento, uno sconcertante 36 per cento della produzione
mondiale di grano è consacrato all'allevamento del bestiame.
Nelle aree in via di sviluppo, dal 1950 ad oggi, la quota-parte
di grano destinata alla zootecnia è triplicata ed ora supera il
21 per cento del totale di grano prodotto.
In Cina, dal 1960 ad oggi, la percentuale di grano da allevamento
è triplicata (dall'8 al 26 per cento).
Nello stesso periodo, in Messico, la percentuale è cresciuta dal
5 al 45 per cento, in Egitto dal 3 al 31, ed in Thailandia
dall'uno al 30 per cento.
L'ironia dell'attuale sistema di produzione è che milioni di
ricchi consumatori dei paesi industrializzati muoiono a causa di
malattie legate all'abbondanza di cibo - attacchi di cuore,
infarti, cancro, diabete - malattie provocate da un'eccessiva e
sregolata assunzione di grassi animali; mentre i poveri del Terzo
mondo muoiono di malattie poiché viene loro negato l'accesso
alla terra per la coltivazione di grano e cereali destinati
all'uomo.
Le statistiche parlano chiaro: sarebbero 300 mila gli americani
che ogni anno muoiono prematuramente a causa di problemi di
sovrappeso.
Un numero destinato ad aumentare. Secondo gli esperti, nel giro
di qualche anno, se continuano le attuali tendenze, sempre più
americani moriranno prematuramente più per cause di obesità che
per il fumo delle sigarette.
Attualmente il 61 per cento degli americani adulti è in
sovrappeso.
Ma contrariamente a quanto si crede, gli americani non sono i
soli ad essere grassi.
In Europa, oltre la metà della popolazione adulta fra i 35 e i
65 anni ha un peso superiore al normale.
Nel Regno Unito il 51 per cento della popolazione è in
sovrappeso e in Germania si registra un eccedenza di peso nel 50
per cento degli individui.
Anche nei paesi in via di sviluppo, fra le classi più abbienti
della società, il numero degli obesi va velocemente crescendo.
Il Who (World Health Organization) sostiene che la ragione
principale di tutto ciò è "l'assunzione di cibi ad alto
contenuto di grassi la predilezione dell' "hamburger life
style".
Secondo il Who, il 18 per cento della popolazione dell'intero
globo è obesa, più o meno quante sono le persone denutrite.
Mentre i consumatori dei paesi ricchi letteralmente fagocitano se
stessi fino alla morte, seguendo regimi alimentari carichi di
grassi animali, nel resto del mondo circa 20 milioni di persone
l'anno muoiono di fame e di malattie collegate.
Secondo le stime, la fame cronica contribuisce al 60 per cento
delle morti infantili.
Il consumo di grandi quantità di carne, specie quella di bovini
nutriti a foraggio, è visto da molti come un diritto
fondamentale e un modo di vita.
La società dell'hamburger di cui fanno parte anche persone alla
disperata ricerca di un pasto al giorno non viene mai sottoposta
al giudizio della pubblica opinione.
I consumatori di carne dei paesi più ricchi sono così lontani
dal lato oscuro del circuito grano-carne che non sanno, né gli
interessa sapere, in che modo le loro abitudini alimentari
influiscano sulle vite di altri esseri umani e sulle scelte
politiche di intere nazioni.
Il punto è questo.
A Roma nel giugno 2002 si è svolto l'ultimo "vertice
mondiale sull'alimentazione" organizzato sotto
l'egida della FAO (Food and Agricultural Organization)
Ma cosa succede in questi faraonici summit sulla fame nel mondo?
- Si parla molto di come incrementare la produzione alimentare.
- Le società bio-tecnologiche fanno propaganda ai loro
"super semi" geneticamente modificati.
- I paesi del G-7 e le Organizzazioni non governative parlano
della necessità di estendere gli aiuti alimentari.
- Gli stati del Sud del mondo chiedono accordi più equi per il
commercio globale e di come assicurare prezzi più alti per le
proprie merci e i propri prodotti.
- Si discute persino della necessità di una riforma agricola nei paesi poveri.
Ma il tema assente dal panorama dei dibattiti sono le
abitudini alimentari dei consumatori dei paesi ricchi che
preferiscono mangiare prodotti animali pieni di grassi e altri
cibi al top della catena alimentare globale, mentre i loro
fratelli del Terzo mondo muoiono di fame perché gran parte del
terreno agricolo viene utilizzato per la coltivazione di cereali
destinati agli animali.
Da troppo tempo ormai si attende una discussione globale su come
meglio promuovere una dieta vegetariana diversificata, ad alto
contenuto di proteine e adatta all'intera umanità.
Purtroppo invece, quando i delegati terminano gli incontri
giornalieri previsti nei summit e si siedono a tavola, la vera
politica dell'alimentazione è seduta lì ed è proprio di fronte
ai loro occhi, nei loro piatti, abbondanti di carne
Possiamo fare qualcosa in prima persona per sfruttare di meno
le risorse della terra: cominciare ad essere vegetariani.
Potrebbe parere un affermazione troppo forte, una sorta di
diktat, ma è tutt'altro che così.
Si tratta solo della conseguenza di una auspicabile
consapevolezza, di elevare come per altro previsto dal
Grande Piano Evolutivo di cui ognuno di noi fa parte- il livello
di coscienza.
Quando si mangia una bistecca bisognerebbe essere consapevoli.
Consapevoli dei liquami che filtrano nelle falde acquifere, delle
foreste disboscate, del deserto conseguente, dell'anidride
carbonica e del metano che intrappolano il globo in una cappa
calda.
Ogni bistecca equivale a 6 metri quadrati di alberi abbattuti e a
75 chili di gas responsabili dell'effetto serra.
Consapevoli anche delle tonnellate di grano e soia usate per dar
da mangiare alla fonte delle bistecche.
Consapevoli degli 840 milioni di persone nel mondo hanno fame e
dei 9 milioni che ne hanno tanta da morirne.
Consapevoli che il 70% di cereali, soia e semi prodotti ogni anno
negli Usa serve a sfamare animali. Non uomini.
Tale consapevolezza dovrebbe portarci a comprendere che
mangiare meno carne, o magari non mangiarne affatto, non è più
solo un segno di rispetto per gli animali è una scelta sociale.
Una scelta solidale con chi ha fame e con il futuro del pianeta.
Un pianeta sovraffollato che si trova sempre più vicino alla
profezia dell'economista Malthus, che già due secoli fa
ammoniva: "Arriverà il giorno in cui la pressione
demografica avrà esaurito la capacità della terra di nutrire
l'uomo."
Ed è questo il più significativo elemento che emerge dai dati
sull'impatto ambientale ed economico dell'alimentazione
carnivora.
Durante il vertice mondiale sull'alimentazione della FAO di
cui abbiamo già accennato, questi temi sono stati sostenuti
dalla Global Hunger Alliance, una coalizione internazionale
non-profit che promuove soluzioni ecologiche ed equo solidali per
risolvere il problema della fame nel mondo.
Al suo appello (www.ebasta.org, www.progettogaia.org) hanno
aderito movimenti da 30 Paesi del Nord e del Sud del mondo.
Dall'Italia, vegetariani, ambientalisti e difensori degli animali
si sono associati con la campagna "Contro la fame un'altra
alimentazione è possibile" (www.novivisezione.org).
Cosa chiedevano?
All'Unione Europea di disincentivare gli allevamenti intensivi e
mangiare meno carne, e alla FAO di scoraggiare il trasferimento
della zootecnia intensiva nei Paesi in via di sviluppo.
Ma perché?
Perché il nostro pianeta viene saccheggiato per perseguire
quello che è un vero e proprio business collegato alla
soddisfazione di un piacere, alla gola di tanti umani ricchi e
ben pasciuti.
Non si starà ad approfondire più di tanto, in questa sede, ad
obiezioni sulla necessità della carne per l'alimentazione
umana. Chi vuole può approfondire l'argomento con la massa
ormai enorme di notizie, libri, siti (ad esempio
http://web.tiscali.it/vitasenzacarne) e quant'altro, che
affermano quanto sia migliore e salutare questa dieta, nonché
quanto siano infondate le teorie che sostengono come solo la
carne contenga le proteine utili all'uomo e che la sua
carenza renda più deboli.
Che non sia così potrebbe essere intuito facilmente anche solo
da semplici considerazioni sull'alimentazione necessaria
agli animali che ci forniscono tali proteine, o dal fatto che
elefante e cavallo sono gli animali più forti e resistenti alla
fatica
Ogni volta che addentiamo un hamburger si perdono venti o
trenta specie vegetali, una dozzina di specie di uccelli,
mammiferi e rettili.
Dal 1960 a oggi, oltre un quarto delle foreste del Centro America
è stato abbattuto per far posto a pascoli; in Costa Rica i
latifondisti hanno abbattuto l'80% della foresta tropicale e in
Brasile c'è voluto l'omicidio di Chico Mendes, il raccoglitore
di gomma assassinato dagli allevatori per una disputa sull'uso
della foresta pluviale, per accorgersi dell'esistenza di una
"bovino connection".
In Amazzonia la foresta pluviale è stata divorata da 15 milioni
di ettari di pascolo, eppure è in questo habitat che dimora il
50% delle specie viventi e da qui deriva un quarto di tutti i
farmaci che usiamo.
Dove prima c'erano migliaia di varietà viventi ora ci sono
solo mandrie.
"Vacche ovunque", scrive Rifkin nel suo
"Ecocidio": "attualmente il nostro pianeta è
popolato da ben oltre un miliardo di bovini. Quest'immensa
mandria occupa, direttamente o indirettamente, il 24 per cento
della superficie terrestre e consuma una quantità di cereali
sufficiente a sfamare centinaia di milioni di persone".
Per farvi posto occorre terreno da pascolo e deforestazione per
creare pascoli significa desertificazione.
Dopo tre, al massimo cinque anni, il suolo calpestato e divorato
da milioni di bovini (ogni capo libero ingurgita 400 chili di
vegetazione al mese!) ed esposto a sole, piogge e vento, diventa
sterile e i ruminanti si devono spostare dissacrando altri ettari
di foresta.
Ci vorranno da 200 a mille anni perché quei terreno ritorni
fertile.
Ma non basta: un quarto delle terre emerse vengono usate per
nutrire il bestiame.
E che dire dell'acqua? Quasi la metà dell'acqua dolce consumata
negli States è destinata alle coltivazioni di alimenti per il
bestiame: e' stato calcolato che un chilo di manzo si beve 3.200
litri d'acqua.
Il risultato è che le falde acquifere del Mid-West e delle
Grandi Pianure statunitensi si stanno esaurendo.
Non solo: l'allevamento richiede ingenti quantità di sostanze
chimiche tra fertilizzanti, diserbanti, ormoni, antibiotici:
"tutti prodotti dalle stesse, poche, multinazionali che
detengono il monopolio dei semi usati per coltivare cereali e
legumi destinati ad alimentare il bestiame", fa notare
Enrico Moriconi, veterinario e ambientalista, nelle pagine del
suo "Le fabbriche degli animali" (Edizioni Cosmopolis).
"Ogni anno in Europa", incalza Marinella Correggia,
attivista della Global Hunger Alliance e autrice, per la LAV, di
"Addio alle carni" (www.infolav.org), "gli animali
da allevamento consumano 5 mila tonnellate di antibiotici di cui
1.500 per favorirne la crescita".
E tutti vanno a finire nelle falde acquifere.
Un dato italiano, che riferisce Roberto Marchesini, docente di
bioetica e zoo-antropologia, autore di "Post-human",
(ed. Bollati Boringhieri): "Nel bacino del Po ogni anno
vengono riversate 190 mila tonnellate di deiezioni animali.
Contengono metalli pesanti, antibiotici e ormoni".
Con quali conseguenze? Ricordate il problema delle alghe abnormi
nel Mar Adriatico?
Marchesini parla di "fecalizzazione ambientale" e
Rifkin ci illumina sulla portata del problema riportando che un
allevamento medio produce 200 tonnellate di sterco al giorno.
C'è dell'altro: i bovini sono responsabili dell'effetto serra
tanto quanto il traffico veicolare del mondo intero a causa
dell'uso di petrolio (22 grammi per produrre un chilo di farina
contro 193 per uno di carne), delle emissioni di metano dovute ai
processi digestivi (60 milioni di tonnellate ogni anno) e
dell'anidride carbonica scatenata dal disboscamento.
Vogliamo riassumere?
E' la stessa FAO a fornire un elenco agghiacciante dei problemi
causati dagli allevamenti intensivi: riduzione della
bio-diversità, erosione del terreno, effetto serra,
contaminazione delle acque e dei terreni, piogge acide a causa
delle emissioni di ammoniaca.
E tutto questo per cosa?
Per quelle che Frances Moore Lappé, autrice di "Diet for a
small planet" definisce "fabbriche di proteine alla
rovescia".
Significa che ci vuole un chilo di proteine vegetali per avere 60
grammi di proteine animali.
E inoltre: "per produrre una bistecca che fornisce 500
calorie", spiegano gli autori di "Assalto al
pianeta" (ed. Bollati Boringhieri), "il manzo deve
ricavare 5 mila calorie, il che vuoi dire mangiare una quantità
d'erba che ne contenga 50 mila.
Solo un centesimo di quest'energia arriva al nostro organismo: il
99% viene dissipata... Usata per il processo di conversione e per
il mantenimento delle funzioni vitali, espulsa o assorbita da
parti che non si mangiano come ossa o peli".
Il bestiame è dunque una fonte di alimentazione altamente
idrovora ed energivora, una massa bovina che ingurgita tonnellate
di acqua ed energia.
E lo fa per nutrire solo il 20% della popolazione globale del
pianeta.
Quel 20% che sfrutta l'80% delle risorse mondiali.
Per dare a quel 20% la sua bistecca quotidiana.
"Nel mondo c'è abbastanza per i bisogni di tutti, ma non
per l'ingordigia di alcuni", diceva Gandhi.
Ingordigia che ha raggiunto livelli esorbitanti. "Dal
Dopoguerra a oggi, in Europa, siamo passati da circa 7-15 chili
di consumo pro capite all'anno a 85-90 (110-120 negli
States)", riferisce Marchesini.
Secondo Moore Lappé le tonnellate di cereali e soia che nutrono
gli animali da carne basterebbero per dare una ciotola di cibo al
giorno a tutti gli esseri umani per un anno.
E la FAO conferma che se una dieta vegetariana mondiale potrebbe
dar da mangiare a 6,2 miliardi di persone, un' alimentazione che
comprenda il 25% di prodotti animali può sfamarne solo 3,2
miliardi.
La domanda di carne sta crescendo.
Paesi come la Cina stanno abbandonando riso e soia a favore di
abitudini occidentali.
Stiamo esportando il nostro modello alimentare (e che modello!).
Secondo l'IFPRI entro il 2020 la domanda di carne nei Paesi in
via di sviluppo aumenterà del 40%: questo significherà oltre
300 milioni di tonnellate di bistecche.
E raddoppierà, sempre nei Paesi in via di sviluppo, la domanda
di cereali per nutrire queste tonnellate di carne.
Fino a raggiungere 445 milioni di tonnellate.
Richieste incompatibili con la salute del pianeta e con un equo
sfruttamento delle risorse.
Il manzo globale sta diventando una realtà.
Si chiama rivoluzione zootecnica: significa spostare nel Sud
del mondo la produzione di carne.
La Banca Mondiale sovvenziona, in Cina, l'industria
dell'allevamento e della macellazione.
Ma sbaglia: suolo e acqua non bastano per sfamare il mondo a suon
di bistecche e hamburger.
Con un terzo della produzione di cereali destinata agli animali e
la popolazione mondiale in crescita deI 20% ogni dieci
anni", scrive Rifkin, "si sta preparando una crisi
alimentare planetaria".
Incalza Correggia: "è stato calcolato che l'impronta
ecologica, cioè il consumo di risorse, di una persona che mangia
carne è di 4 mila metri quadrati di terreno contro i mille
sufficienti a un vegetariano".
E allo stato attuale, la disponibilità di terra coltivabile per
ogni abitante della terra è di 2.700 metri quadrati".
Ancora: un ettaro di terra a cereali per il bestiame dà 66 chili
di proteine, che diventano 1.848 (28 volte di più!) se lo stesso
terreno viene coltivato a soia.
Secondo la Correggia bisogna "promuovere il miglioramento
della dieta nelle aree povere, ad esempio con una miglior
combinazione degli alimenti, la produzione locale di integratori
a basso costo e il recupero di cereali e legumi tradizionali
molto più ricchi di quel trinomio riso - frumento - mais
(rigorosamente raffinati!) che ha conquistato il mondo".
Economia, ecologia e cibo per tutti sì fondono. Ambiente ed
economia, del resto, sono legati dalla quantità di risorse che
la terra mette a disposizione di ciascun essere vivente.
Se qualcuno consuma di più c'è un altro costretto a digiunare.
Naturalmente non è così semplice. La fame nel mondo non è solo
una questione di quantità di risorse, ma di distribuzione.
O meglio, con Marchesini "è una questione di produzione,
consumo e distribuzione insieme".
Essere vegetariani è una scelta personale, frutto di un percorso
(certo, se cominciassimo a ridurre quei 90 chili di carne
all'anno...).
Marchesini la definisce una scelta di etica privata (etica
pubblica, obbligo collettivo, deve essere, invece, l'attenzione
al benessere degli animali).
Ma essere vegetariani è anche un atto di responsabilità e
sensibilità sociale ed ecologica.
Scrive Rifkin: "milioni di occidentali consumano hamburger e
bistecche in quantità incalcolabili, ignari dell'effetto delle
loro abitudini sulla biosfera e sulla sopravvivenza della vita
nel pianeta".
Ogni chilo di carne è prodotto a spese di una foresta bruciata,
di un territorio eroso, di un campo isterilito, di un fiume
disseccato, di milioni di tonnellate dì anidride carbonica e
metano rilasciate nell'atmosfera"...
Se ogni volta che decidiamo di comprare una bistecca pensassimo a
tutto questo forse per quel giorno cambieremmo menù, e chissà,
magari sostituiremmo la carne con un piatto di germogli di soia
consapevoli di fare del bene non solo all'umanità e al
pianeta che così gentilmente ci ospita e sopporta, ma anche a
noi stessi a alla nostra salute
Rifkin chiude il suo libro con considerazioni veramente
significative:
"I ricchi consumatori del Primo mondo si godono i
piaceri di una dieta carnea, ma patiscono le conseguenze degli
eccessi che la posizione dominante nell'artificiosa scala delle
proteine comporta: con il corpo intasato di colesterolo, vene e
arterie occluse dai grassi animali, sono vittime delle
"malattie del benessere", degli attacchi cardiaci, dei
tumori del colon e della mammella, del diabete.
Il moderno complesso bovino rappresenta una nuova specie di forza
malvagia che agisce nel mondo.
In una civiltà che ancora misura il male in termini individuali,
il male istituzionale, nato dal distacco razionale e perseguito
freddamente con metodi calcolati di espropriazione tecnologica,
deve ancora trovare una posizione sulla scala morale.
La riprovazione morale continua a essere legata ad atti
d'individuale malvagità; se un membro della società commette un
atto di violenza, priva il suo prossimo della vita, della
proprietà o della libertà, l'individuo e il suo gesto sono
universalmente condannati.
Il male è manifesto, visibile, diretto e passibile di giudizio.
Il mondo moderno riconosce il male individuale che cagiona un
danno diretto ad altri individui.
Ma non sa ancora riconoscere una nuova e ben più pericolosa
forma di male, che ha premesse tecnologiche, imperativi
istituzionali e obiettivi economici.
La società contemporanea continua a tutelarsi dal male
individuale e diretto, ma ancora non è riuscita a integrare
nella propria griglia morale di riferimento il senso di giusta
indignazione e di riprovazione morale nei confronti della
violenza istituzionalmente certificata.
Ma cosa accade di un altro genere di malvagità: quella
implicita all'origine, nelle premesse medesime su cui si fondano
le istituzioni?
La chiesa accenna, con molta timidezza, all'idea di combattere
"le potenze e i principati terreni", ma anche qui
riconosce solo un concetto tradizionale di moralità, ispirato ai
Dieci Comandamenti.
Cosa dire, invece, del male che scaturisce da metodi razionali di
confronto, obiettività scientifica, riduzionismo meccanicista,
utilitarismo ed efficienza economica?
Il male inflitto al mondo moderno dal complesso bovino ha questa
natura: avidità, inquinamento e sfruttamento hanno accompagnato
il complesso bovino durante tutta la millenaria migrazione verso
Ovest.
La nuova dimensione del male è intimamente connessa con il
complesso bovino moderno, che ha acquisito i caratteri di un male
occulto, e discende direttamente dai principi illuministi su cui
si fonda gran parte della moderna visione del mondo.
Questo male occulto viene inflitto a distanza; è un male
camuffato da strati sovrapposti di veli tecnologici e
istituzionali; un male cosi lontano, nel tempo e nel luogo, da
chi lo commette e da chi lo subisce, da non lasciar sospettare o
avvertire alcuna relazione causale. E' un male che non può
essere avvertito, data la sua natura impersonale.
Lasciare intendere che un individuo sta facendo il male
coltivando cereali destinati all'alimentazione animale o
consumando un hamburger, può sembrare strano, perfino perverso,
a molti.
Anche se i fatti fossero espliciti e incontrovertibili, e il
percorso del male fosse tracciato nei suoi più minuti dettagli,
è improbabile che molti, nella società, avvertirebbero il
medesimo senso di riprovazione morale che provano di fronte a un
male diretto e individuale, come una rapina, uno stupro, la
deliberata tortura del cane dei vicini.
E' probabile che i proprietari dei negozi in cui si vende carne
di bovini nutriti a cereali non avvertano mai, personalmente, la
disperazione delle vittime della povertà, di quei milioni di
famiglie allontanate dalla propria terra per fare spazio a
coltivazioni di prodotti destinati esclusivamente
all'esportazione.
E che i ragazzi che divorano cheeseburgers in un fast-food non
siano consapevoli di quanta superficie di foresta pluviale sia
stata abbattuta e bruciata per mettere a loro disposizione quel
pasto.
E che il consumatore che acquista una bistecca al supermercato
non si senta responsabile del dolore e della brutalità patiti
dagli animali nei moderni allevamenti ad alta tecnologia.
In una civiltà completamente imbevuta di principi illuministi,
come la meccanizzazione e l'efficienza economica, la sola idea
che questi medesimi principi siano, potenzialmente, causa del
male è censurata.
La maggior parte delle relazioni che regolano le società
moderne sono mediate dalla razionalità, dal distacco obiettivo,
dalla ricerca dell'efficienza, da considerazioni utilitariste e
interventi tecnologici.
Il moderno complesso bovino, come abbiamo appreso attraverso le
pagine di questo libro, è stato fra le prime forze istituzionali
a mettere in pratica le idee dell'Illuminismo, a integrare gli
standard ingegneristici della moderna visione del mondo in ogni
aspetto della propria attività.
Nell'era moderna, queste idee e questi standard sono stati
utilizzati efficacemente per tagliare gli intimi legami fra uomo
e natura.
I principi fondamentali dell'Illuminismo hanno spogliato la
natura della propria vitalità e derubato le altre creature della
propria essenza originale e del proprio valore intrinseco.
Nel mondo moderno, freddo e calcolatore, abbiamo scambiato la
salvezza eterna con l'interesse materiale personale, il
rinnovamento con la convenienza, la capacità generativa con le
quote di produzione.
Abbiamo appiattito la ricchezza organica dell'esistenza,
trasformando il mondo che ci circonda in astratte equazioni
algebriche, statistiche e standard di performance economica.
Il male occulto viene perpetuato da istituzioni e individui mossi
da principi organizzativi razionali, che a far loro da guida per
scelte e decisioni, hanno solo forze di mercato e obiettivi
utilitaristici (la globalizzazione del profitto).
In un mondo di questo genere, ci sono ben poche occasioni per
onorare la creazione, essere in sintonia con le altre creature,
gestire l'ambiente e proteggere i diritti delle future
generazioni.
L'effetto sull'uomo e sull'ambiente del modo moderno di pensare e
di strutturare le relazioni è stato quasi catastrofico: ha
indebolito gli ecosistemi e minato alla base la stabilità e la
sostenibilità delle comunità umane.
La grande sfida che dobbiamo affrontare è rappresentata dal
lato oscuro della moderna visione del mondo: dobbiamo reagire al
male occulto che sta trasformando la natura e la vita in risorse
economiche che possono essere mediate, manipolate e ricostruite
tecnologicamente, per adeguarle ai ristretti obiettivi
dell'utilitarismo e dell'efficienza economica.
Il primo passo necessario è diventare consapevoli dei meccanismi
di sfruttamento del pianeta di cui siamo complici.
Il secondo passo necessario non è fare la rivoluzione, e non è
neanche aderire a questa o quest'altra organizzazione
alternativa (per quanto possa essere positivo), ma è far seguire
conseguenti e coerenti azioni personali in armonia con una vita
etica e rispettosa dell'ambiente e del prossimo. Se vogliamo
cambiare il mondo dobbiamo iniziare da noi stessi".
(1) Da Carne amara. Supplemento D - La
Repubblica 28-05-2002, di Daniela Condorelli.