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SOS COMA

Nuove possibilità per assistere le persone in stato comatoso

Sommario:


All'indomani della morte di Eluana Englaro, ci è alquanto spiaciuto il dover riscontrare una grande carenza da parte di coloro che l'hanno seguita nel suo tragico percorso. Nessuno, infatti, ha saputo utilizzare delle tecniche che esistono da anni, per cercare di comunicare con lei, al fine di conoscere il suo volere al riguardo di ciò che si doveva fare nei confronti della sua stessa vita.
Ci auguriamo che questo breve interevento possa fornire qualche suggerimento utile e una possibilità di speranza in più, per coloro che assistono una persona in coma
(dr. Mario Rizzi).

Un esempio per capire la tragedia del malato up.jpg

Tratto da: Che cosa fare per il vostro bambino cerebroleso.
Di Glenn Doman, Armando Editore, Roma 1990, settima ristampa.

Provate a immaginare le tragiche circostanze che si verificherebbero se voi stessi foste colpiti da un ictus, il cosiddetto colpo apoplettico. La tragedia che descriveremo si ripete ogni giorno, in ogni parte del mondo, e si è sempre ripetuta da che esiste l'uomo.

Il problema può avere varie origini, ne ricordiamo soltanto due:

  • 1. Potete subire un'emorragia cerebrale, cioè una lesione in una delle arterie, dei capillari e delle vene che portano il sangue dentro e fuori il cervello. Il sangue si diffonderebbe nei tessuti circostanti potrebbe interferire in modo grave con le funzioni delle zone interessate. Potrebbe accadere a causa di una lesione al capo, in seguito ad incidente automobilistico, alla caduta di un mattone, a un tuffo, a un proiettile sul campo di battaglia, a un indebolimento, dovuto all'età, dei vasi sanguigni del cervello o ad innumerevoli altre ragioni.
  • 2. Potete soffrire un arresto di circolazione sanguigna in una zona cerebrale, provocata dalla chiusura di uno dei vasi sanguigni per un coagulo di sangue. Questo priverebbe il tessuto cerebrale del suo normale rifornimento di ossigeno e danneggerebbe quella parte del cervello. Può accadere in seguito ad operazione in qualunque altra parte del corpo, o, se siete donna, dopo la nascita di un bambino o per mille altre ragioni. I coaguli si possono formare ovunque e si possono muovere liberamente attraverso le arterie maggiori, per poi bloccare il primo vaso più piccolo in cui tentino di entrare.

Supponiamo che la vostra tragedia si sia compiuta e che a qualche ora del giorno o della notte abbiate perso conoscenza, ignari di quanto vi stava accadendo. Dopo un periodo di incoscienza, di cui naturalmente non vi rendete conto, potete alla fine svegliarvi, trovandovi soli in un letto d'ospedale. Dopo esservi chiesti dove siate e perché siate lì, potreste tentare di alzarvi dal letto, solo per ritrovarvi completamente o parzialmente paralizzato nel lato dominante del vostro corpo; potreste scoprire che anche l'altro lato del corpo sembra non rispondere come dovrebbe e dopo vani tentativi di alzarvi, dovreste starvene lì, distesi, a meditare su ciò che può esservi successo.

Non è impossibile che poco dopo, un'infermiera entri nella stanza e voi, sollevato, le diciate: "Che cosa faccio qui? dove sono? che cosa mi è successo?". Ma potreste scoprire, con orrore, che le parole che escono dalla vostra bocca, sono " dub, dub, dub ", o "zum, rom, zum".

Se l'infermiera allora apparisse turbata e poi, riprendendosi, dicesse: "Va tutto bene ", sarebbe comprensibile che rispondeste: "Tutto non va bene; sono paralizzato ed ho difficoltà nel parlare". E se ancora dalla vostra bocca uscisse soltanto un "dub, dub, dub" il vostro disagio sarebbe comprensibilissimo.

Supponiamo che, a quel punto, arrivino i vostri familiari. Potete ben cercare di dir loro: "Dove sono? che cosa mi è successo? meno male che siete qui!". Se vi sentiste di nuovo dire: "dub, dub, dub" potete immaginare i vostri sentimenti a questo punto. Supponiamo ancora che i vostri familiari stiano ora ai piedi del letto e si dicano, al di sopra del vostro corpo, perfettamente cosciente: "Non è terribile? era sempre così brillante!".

Se a questo punto, nella vostra frustrazione, nel tentativo di far capire ai vostri parenti che, anche se non potete parlare, capite quel che sta succedendo attorno a voi e sapete benissimo quel che dovreste dire ... se prendeste una padella e la scagliaste sui vostri familiari, quest'azione naturalmente non risolverebbe alcun problema, ma con ogni probabilità produrrebbe questa reazione, "ed ora non soltanto è matto, ma sta diventando violento".

Se questo esempio vi sembra impossibile, o esagerato, si può soltanto dire che, tragicamente, si ripete ogni giorno. Abbiamo visto molti pazienti che, dopo un ictus cerebrale e la perdita della parola, erano trattati come psicopatici e talvolta finivano confinati. In questa situazione si può ben capire perché l'angoscia del 'paziente possa avere come rapido risultato un altro incidente cerebrovascolare, forse il definitivo.

Potete anche immaginare il sollievo provato da tanti pazienti, nella loro visita iniziale agli Institutes, quando l'esaminatore, comprendendo immediatamente che erano afasici (esatta definizione dell'incapacità a comunicare dovuta ad un problema 135 corticale} diceva: "Mr.. Jones, anche se non potete parlare, so benissimo che sapete quello che vorreste dire, ma non potete farlo".

Era un gran piacere, in quei giorni, prima che i bambini spazzassero tutti gli adulti fuori dalle porte degli Institutes, osservare i pazienti tirare un gran sospiro di sollievo e dire chiaramente con l'atteggiamento, se non con le parole: "Grazie a Dio, qualcuno sa che non sono matto, soltanto perché non so dire le cose che vorrei".

Forse il lettore sta dicendosi che ciò che ho descritto è terribile, obbrobrioso, cose che potevano accadere cinquanta o cento anni fa, ma che non possono assolutamente verificarsi oggi. Se state pensando qualcosa del genere, sarebbe più prudente disingannarvi. E' proprio in questo periodo (l'inizio degli anni '60) che un uomo molto famoso ebbe un colpo apoplettico e restò paralizzato al lato destro e incapace di parlare. E' anche circa in questo periodo che insegnavo ad un folto gruppo di professionisti, compresi medici, terapisti, psicologi e altri. Mentre discutevo quest'aspetto dei problemi di linguaggio, vidi l'incredulità dipinta sui volti di parecchi. Questo mi infastidì.

"Da poco, cominciai, un uomo famosissimo ha subito un ictus cerebrale e so che ha problemi di linguaggio. E' facile immaginare che qualche terapista in questo momento stia mostrandogli la figura di un gatto e dicendogli: "Ambasciatore, questo è un gatto! Questa è la testa del gatto e questa è la coda". "Quest'uomo particolare, continuai, ha ammucchiato mezzo milione di dollari; ha un figlio Presidente degli Stati Uniti, un altro, Ministro della Giustizia e il terzo Senatore. Ho piena fiducia che Joseph Kennedy sappia che cos'è un gatto, ma è probabilissimo che sia trattato come se fosse debole di mente, soltanto perché non può parlare".

Due anni e mezzo dopo, ebbi modo di sapere che questo era quasi esattamente ciò che era accaduto a Joseph Kennedy. Qualche volta penso a cosa potrebbe accadere se, quando la porta si apre per lasciar passare il terapista con i disegni del gatto, un paziente, nella sua angosciosa frustrazione, raccogliesse il vassoio e colpisse il terapista in testa. Se per caso il paziente colpisse nel posto giusto, (cinque centimetri sopra l'orecchio, nel lato dominante del cervello) con la giusta forza (sufficiente per rompere l'arteria cerebrale media, ma non per uccidere), ci sarebbero due persone che sanno che cos'è un gatto ma non sanno pronunciarne il nome.

Anche se, come principio, sono decisamente contrario a chiunque tiri qualcosa in testa a un altro, credo che in questo caso la mia simpatia andrebbe a chi colpisce e non al colpito. Un paziente che non può parlare, non è necessariamente debole di mente, pazzo o stregato, ma può semplicemente aver perso la capacità di pronunciare le parole. Ciò che gli è accaduto, in medicina si chiama atasia. Benché questo termine abbia molte definizioni, noi lo vediamo come l'incapacità di comunicare dovuta a lesione corticale.

E' importante sottolineare che non abbiamo usato il termine incapacità di parlare, ma di comunicare, che è ovviamente un termine molto più vasto. Il paziente che è incapace di parlare a causa di un'afasia, è anche incapace di comunicare in termini di scrittura, mimica, ecc., e può leggere solo in relazione alla sua comprensione della parola espressa. Può scrivere solo fino al grado a cui può parlare perché l'afasia è in realtà una perdita in tutta l'area della comunicabilità e non semplicemente in quella della parola.

Provava emozioni, dunque ha sofferto up.jpg

Tratto dal quotidiano Avvenire, del 12 febbraio 2009.

Nei cosiddetti "stati vegetativi" la morte per disidratazione fa soffrire? Sì, secondo i genitori di Terry Schiavo, che hanno assistito all'agonia della figlia, anch'essa in stato vegetativo e anch'essa condannata alla morte. Eluana Englaro è morta da sola prima del previsto e non abbiamo narrazioni di quel momento.

La domanda sulla sofferenza del morire nello stato vegetativo può sembrare ingenua. In realtà ruota intorno ad un quesito drammatico. Chi versa in uno stato vegetativo "prova" qualcosa? Oppure vive in una sorta di totale sospensione, in una specie di buio dell'esistenza-non esistenza? Secondo la scienza la risposta è: non lo sappiamo. Secondo il padre di Eluana, no, non "prova" nulla. Secondo i genitori di Terry Schiavo, sì. Secondo le suore che hanno assistito Eluana Englaro per 17 anni, sì. Secondo molti genitori che hanno in casa figli nelle stesse condizioni in cui era Eluana, sì.

Le testimonianze si susseguono in modo impressionante. I genitori, i fratelli, coloro che assistono le persone in stato vegetativo concordano nel dire che sì, una forma peculiare, sottile, magmatica di vita di relazione c'è. Il loro caro riconosce la presenza, si emoziona alle carezze, muove gli occhi per comunicare qualcosa, insomma "prova" qualcosa, c'è, è in relazione, partecipa alla vita della famiglia. Non c'è dubbio: si tratta di relazioni speciali, decodificabili solo all'interno di un amore indistruttibile, che spinge il caregiver a prendersi cura del malato riuscendo a riconoscerlo come persona e non come un corpo vivo-morto, oggetto solo di manipolazioni

In Italia sono circa 3.000 le persone come Eluana Englaro, che spesso vivono in casa e, secondo i loro parenti, "partecipano" alla vita della famiglia. Se dunque anche nello stato vegetativo è possibile rintracciare una qualche forma di vita relazionale e percepire i segni di uno sconosciuto abisso emozionale, allora non c'è dubbio: anche in questo caso la morte per fame e per sete è una morte terribile, proprio come testimoniano i genitori di Terry Schiavo, una morte che si accompagna anche a reazioni fisiche che possono essere ricondotte a una sorta di "ansia". Non a caso è una morte che prevede la somministrazione di sedativi, in grado di spegnere anche l'ultimo barlume di reattività (o di vitalità?) della persona.


"Se succede a me, portatemi dalle suore". up.jpg

Tratto da: www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=13791
Autore: Dott. Alfredo Corticelli - Curatore: Don Gabriele Mangiarotti.
Fonte: CulturaCattolica.it
11 febbraio 2009.

È con grande dispiacere abbiamo appreso, io e mia moglie, la notizia della morte di Eluana Englaro. Mentre esprimiamo la nostra vicinanza al padre Beppino, della cui buona fede e del cui affetto nei confronti della figlia siamo certi, non possiamo non essere rattristati per l'operato di molte persone che lo hanno affiancato. Mi riferisco soprattutto ai giudici, ad alcuni politici, ai medici e al personale infermieristico della casa di cura in cui si è spenta Eluana.

Non sono addentro alle questioni giuridiche, ma quello che mi ha deluso è l'atteggiamento di chi, con la legge, abbia preteso di definire cosa è vita e cosa no, cosa valga o non valga la pena di essere vissuto. Se la persona non viene prima del diritto, se compito del magistrato è di sostituirsi al delicato compito del medico e decretare con una sentenza legittimo ciò che razionalmente non lo è, tutto questo credo sia un modo veramente riduttivo di concepire il proprio impegno lavorativo e sociale.

Ma lo dico ancora di più come medico. Sono profondamente dispiaciuto da quanto è stato detto da una parte della classe medica. Quando ho letto le dichiarazioni di eminenti colleghi, come lo stesso professor Veronesi, quando ho sentito l'intervista della televisione all'anestesista Della Vedova, che ha dichiarato che "Eluana è morta 17 anni fa", ebbene, mi sono chiesto se, per quanto più giovane di loro, facciamo lo stesso mestiere e se abbiamo studiato la stessa disciplina. Non parlo da una prospettiva di fede, ma puramente di dati della realtà, di ragione. Come si può pensare che non sia un gesto aberrante dal punto di vista medico sospendere l'idratazione e l'alimentazione a una persona in stato vegetativo permanente e stazionaria? Come si può pensare che questo sia prendersi cura?

Prima di iniziare la scuola di specializzazione in cardiologia ho fatto alcuni turni notturni in una clinica di Carate Brianza in cui vi è un'unità che ospita pazienti in coma. Ricordo ancora la notte in cui al mio primo turno mi chiamarono per una paziente in coma che aveva 38° C di febbre... era la prima volta che mi trovavo di fronte a una paziente così: non cosciente, dotata di movimenti riflessi. Non capivo molto, ma una cosa mi era chiara: quella persona aveva una dignità, seppure in quello stato.

E l'altra cosa che capivo era che il fisico mostrava che era in una condizione di sofferenza. Non ho avuto dubbi sull'introdurle in terapia una copertura antibiotica, non mi è sembrato per nulla accanimento terapeutico, era una misura proporzionata alla condizione di quella persona. Avrebbe forse risposto, forse no, forse l'antibiotico nefrotossico avrebbe determinato una insufficienza renale ed accelerato l'exitus, questo non dipendeva da me, era la risposta che il suo corpo avrebbe dato a quella condizione.

Una settimana dopo, constatai felicemente che la signora non aveva più edemi alle braccia e la febbre era andata via. Allo stesso modo, quando un paziente con un'insufficienza cardiaca terminale, circa un anno fa dopo aver smesso di urinare, è andato in edema polmonare... di fronte ad un paziente così, che stava soffocando, e dove era evidente che questo era il momento terminale della sua patologia, non ho esitato nella percezione della necessità di togliergli il sintomo soffocamento somministrandogli della morfina. Il paziente è morto nel giro di un'ora.

Di fronte a un paziente neoplastico terminale, o cardiopatico terminale, è ragionevole non avviare una rianimazione, il medico deve avere l'onestà di riconoscere che la vita ha una fine. Ma come non comprendere che è ben diverso dall'accelerare la fine, dal sospendere idratazione ed alimentazione ad un paziente stabile, gravemente compromesso nelle sue funzioni cerebrali superiori, ma stabile.

Quando hai rianimato un paziente, se poi rimane in stato vegetativo persistente, o in coma, se è stazionario, non puoi decidere tu di sospendere tutto. Se Eluana avesse avuto un arresto cardiaco, una complicanza acuta che l'avesse avviata alla morte, sarebbe stato ragionevole non accanirsi in inutili rianimazioni. Ma come pensare che questo equivalga ad averle sospeso nutrizione ed idratazione? Come non si rendono conto alcuni medici come me che questo è oggettivamente una medicina contro e non a favore della persona?

Qual è il compito di noi medici: assistere e curare i pazienti, oppure decidere noi quando e come la vita non è più degna di essere vissuta? A me una medicina così fa molta paura. Che speranza c'è di fronte a una vicenda così? Per me l'unica speranza è quella che hanno portato e che portano le suore, che portano persone che `gratuitamente hanno amato ed amano Eluana e che evidentemente hanno visto qualcosa che altri non vedevano. La persona era la stessa, ma loro avevano uno sguardo diverso, vedevano cose reali, che per alcuni non esistono, ma che ci sono. Stasera mia moglie mi ha ripetuto: se succede a me una cosa così, portami dalle suore. Io voglio imparare a fare il medico dalle suore.

Dottor Alfredo Corticelli.


CON LE PERSONE IN COMA È POSSIBILE COMUNICARE

La Stimolazione basale al malato critico up.jpg

Testo tratto da: www.basale-stimulation.de/seiten/DG09.HTM
Articolo tratto da: Pflegezeitschrift (rivista infermieristica).
Casa editrice W. Kohlhammer, Stoccarda, Germania.
Anno 52 Aprile 1999 - ISSN 0945-1129 - Pagg. 257-261.

Offrire al paziente una comunicazione elementare
di Peter Nydahl.
(traduzione italiana a cura di Rossana Buono e Jürgen Wildner).

La Stimolazione Basale è un concetto di assistenza, accompagnamento e incoraggiamen-to per pazienti in condizioni gravissime. Fu elaborato dal pedagogista specializzato Andreas Fröhlich negli anni settanta lavorando con bambini con handicap multipli fisici e psichici. In un secondo momento il concetto venne trasferito, in collaborazione con Christel Bienstein, al campo dell'assistenza infermieristica.

La Stimolazione Basale non è una tecnica infermieristica nuova, ma un metodo professionale di rapportarsi con persone con disturbi della coscienza. Non si tratta di provvedimenti infermieristici aggiuntivi, ma del voler strutturare l'assistenza infermieristica, come era finora, in un modo diverso. La seguente relazione vuole dimostrare quali possibilità questo concetto racchiude per i malati in terapia intensiva. Specialmente in questo ambito la Stimolazione Basale offre a infermieri e pazienti modi d'agire soddisfacenti e utili.

Per continuare la lettura clicca qui.

La "Stimolazione Basale" in Italia oggi

Teresa Wysocka lavora come pedagogista specializzata e esperta in Stimolazione Basale nella Fondazione Robert Hollman a Cannero Riviera (VB). La fondazione lavora nel campo della riabilitazione in bambini con deficit visivo. Adoperando il concetto nel suo lavoro con i bambini Teresa Wysocka dirige anche dei corsi di Stimolazione Basale secondo il metodo del prof. A. Fröhlich, Germania: "Con questi corsi ci indirizziamo a educatori, pedagogisti, terapisti che sono coinvolti in un intervento riabilitativo, di accompagnamento e di sostegno per le persone con grave handicap. Le "Stimolazioni Basali" si rivolgono a bambini, adolescenti ed adulti non autonomi che percepiscono e comunicano con il mondo esterno solo attraverso il loro corpo."

Per ulteriori informazioni rivolgersi alla:
Fondazione Robert Hollmann, Via Oddone Clerici, 6 28821 Cannero Riviera (VB)
Tel. 0323-78.84.85 - Fax: 0323-78.81.98.
E-mail: info@fondazionehollman.it - Sito: www.fondazionehollman.it

L'opera di Amy e Arnold Mindell up.jpg

Molti processi patologici gravi o situazioni che portano vicino alla morte, generano spesso una condizione in cui il soggetto rimane in coma o è profondamente confuso. Questi stati alterati della coscienza diventano spesso difficili da gestire per i familiari o I professionisti che devono interagire col malato.

A loro supporto vi sono delle nuove ricerche che suggeriscono come i pazienti in stato comatoso possano percepire ciò che accade intorno a loro, ma non siano in grado di rispondere nei modo convenzionali. Le loro possibilità espressive si limitano infatti a frammenti comportamenti e segnali di minima entità.

Arnold Mindell ha sempre creduto che i pazienti in coma sono interiormente coscienti. Con la collaborazione di sua moglie Amy ha sviluppato un metodo per comunicare con i pazienti in coma, usufruendo della loro ridottissima capacità di emettere dei segnali di risposta.

Questo metodo, chiamato "Process Work", cerca delle vie d'accesso nelle esperienze interiori del paziente. Dei minimi cambiamenti o movimenti corporei, cambi nella frequenza o nella profondità del respiro e minimi movimenti facciali, vengono usati per sviluppare un dialogo interattivo ed assistere i processi intimi che il paziente sta sperimentando.

Da un punto d'osservazione, decisamente unico e vantaggioso, il Process Work vede la vita come una ricerca di auto-consapevolezza, ed il coma come una forma di vita eccezionale, ma pur sempre significativa. Le procedure legate al Process Work sono descritte nei volumi Coma: Key to Awakening di Arnold Mindell e Coma: a Healing Journey, di Amy Mindell. I libri citati si possono acquistare in www.amazon.com cliccando sul loro nome.


Il processo orientato "Coma Work" up.jpg

Brano tratto da: http://en.wikipedia.org/wiki/Process_Oriented_Coma_Work

Obiettivi e metodo di lavoro

Il Coma Work parte dal presupposto che il paziente, seppur in coma, sia in grado di percepire e di relazionarsi ad esperienze interiori ed esteriori, non importa quanto minima sia questa sua azione. Il Professionista di Coma Work, cerca perciò di scoprire i possibili canali con cui il paziente può comunicare, e quindi li utilizza per acquisire quanto il paziente riesce a trasmettere.

I canali di comunicazione possono essere identificati notando i piccoli, a volte minimi, segnali da parte del paziente. Essi si possono presentare sotto forma di movimento corporeo, movimento degli occhi, espressioni facciali, vocalizzazione o altro. Il professionista tenta di interagire con il paziente cercando di utilizzare, amplificandoli, questi segnali. Durante questo lavoro il professionista viene guidato dai feedback provenienti dal paziente.

Ad esempio, se il professionista si unisce alla vocalizzazione del paziente, magari aggiungendo un po' di modulazione supplementare, questi può rispondere cambiando la propria vocalizzazione. Inoltre, il professionista può tentare di stabilire dei movimenti particolari con cui il paziente può esternare la sua risposta, e quindi chiedere al paziente di utilizzarli per rispondere. Potrebbe proporgli, ad esempio, di utilizzare il movimento di una palpebra o di un dito, per rispondere "sì" o "no" alle sue domande.

Un comune, anche se spesso irraggiungibile obiettivo del Coma Work, è quello di far uscire il paziente dallo stato comatoso. Anche se ciò talvolta è successo, non è comunque l'obiettivo finale di questo tipo di approccio. Ulteriori obiettivi sono quelli di aiutare il paziente di comunicare in qualunque modo gli sia possibile, facilitandogli in questo modo la partecipazione alle decisioni riguardanti la sua cura ed il mantenimento della sua vita. Amy Mindell distingue due serie di interventi: quelli utilizzabili dalla famiglia e dagli amici del paziente, e una serie più completa che potrà essere utilizzata dal professionista debitamente addestrato.

Gamma di applicazioni

Il Coma Work è stato utilizzato con pazienti in stato di coma vegetativo persistente. È un approccio che si rivela particolarmente utile con i pazienti prossimi al decesso, dal momento che permette loro di prendere decisioni in merito alla loro condizione. Ad esempio, stabilire il compromesso tra la quantità di stupefacenti che ricevono i farmaci e l'opacità della coscienza che può verificarsi a causa dei medesimi.

Nota di www.viveremeglio.org

Vi è stata una persona che, con grandissima pazienza è riuscita persino a fare una breve intervista la malato. In pratica ha creato le parole, una per una, recitando l'alfabeto dall'inizio dopo ogni volta che il paziente, con il movimento di una palpebra, aveva segnalato che l'ultima lettera detta era da aggiungere a quelle scelte in precedenza per formare una parola.

Note sulla terminologia up.jpg

Tratto da: www.foai.it/foaipubblico/jsp/testi/default_one.jsp?id_testo=12016890071210

Un’ultima nota merita la confusione terminologica tra Coma, Stato Vegetativo, Stato di Minima Coscienza e Morte Cerebrale.

  • Coma è un termine che va riservato alla fase acuta (prime 3/4 settimane) e definisce una condizione in cui il paziente è ad occhi chiusi, non risponde ad ordini semplici e non proferisce alcuna parola comprensibile.
  • Lo Stato Vegetativo è una condizione che segue la fase acuta e che corrisponde ad uno stato in cui il paziente riapre gli occhi ma non recupera la coscienza (non esegue ordini semplici), anche se recupera il ritmo sonno-veglia. Questa condizione può durare un tempo che va da un mese ad una condizione permanente. Naturalmente più è lunga la durata dello Stato Vegetativo, minori sono le possibilità di recupero.
  • Lo Stato di Minima Coscienza è una condizione in cui il paziente è in grado di eseguire ordini semplici ma in maniera incostante e fluttuante. Anche questa condizione può rappresentare una fase transitoria o permanente.
  • La Morte Cerebrale è una condizione che riconosce la cessazione di tutte le attività cerebrali, in base al giudizio di una commissione di esperti che segue il monitoraggio del paziente precedentemente comatoso, per almeno 24 ore, attraverso l’elettroencefalogramma in continuo e i Potenziali evocati ripetuti. Questo monitoraggio non ha margini di errore e la confusione terminologica con il coma o lo Stato Vegetativo possono portare a gravi conseguenze, come la riduzione della disponibilità dei donatori di organi a consentire trapianti, che permettono ad altri di continuare a sperare e a vivere.

Siti per approfondire up.jpg






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