IL PENSIERO PUNITIVO
A cura del dott. Luigi Mastronardi (psicologo/filosofo). Sito: www.luigimastronardi.it/
Se non intervengono fattori esterni, di varia
natura, che possano modificare il naturale svolgimento dei fatti,
il senso di colpa porta inevitabilmente un
bagaglio di sofferenze prima, e di malattia dopo.
(dott. Luigi Mastronardi).
Nella evoluzione di un malessere e/o di un disagio rispetto
alla propria situazione, possono scattare alcuni procedimenti
psicosomatici, terribili e sconvolgenti, che vorrei brevemente
illustrare.
A seguito di una situazione conflittuale che il paziente non
riesce a dominare, ad es. litigi con il partner, conflitti con i genitori,
discussioni infinite con i figli, può scattare un meccanismo automatico atto a procurare un
sufficiente livello di "soddisfazione" (vedere più innanzi)
nel senso di rivalsa, per queste due seguenti motivazioni:
- 1. Accettare di soffrire e di ammalarsi, per inconsci sensi di
colpa, cioè per punirsi, e quindi lasciarsi macerare nella
sofferenza, indirizzando unicamente verso se stessi, la dinamica
distruttiva.
- 2. Accettare di soffrire e di ammalarsi, per punire l'esponente
"affettivo" più prossimo (genitori, figli, parenti, partners), indirizzando verso
l'esterno, le ragioni della propria dinamica distruttiva.
- 3. Accettare di soffrire e di ammalarsi, per inconsci sensi
colpa, cioè per punirsi.
Il dolore è un eccellente "rimedio" alla sensazione
di colpevolezza, al ricordo spiacevole di situazioni in cui si è
stati trasgressori e si è violato un divieto od una proibizione.
Pertanto il rifugio nella sofferenza diventa una espiazione lenta
e continua, nel ricordo costante dell'occasione in cui ci siamo
sentiti colpevoli; e nello stesso tempo un impedimento a
lasciarsi andare ed a vivere le sensazioni del presente in piena
maturità e consapevolezza.
Siccome il senso di colpa è il più delle volte inconscio, e ciò
rende impossibile esplicitarlo, e quindi portarlo alla
luce, affrontarlo e neutralizzarlo (così come accade sovente, o di
regola, in psicoterapia dinamica), allora il tormento che ne
deriva, per essere placato, ed anche per dare a noi stessi una
"giustificazione" logica ed accettabile, finisce con
l'assumere i contorni di una vera e propria malattia.
Come sappiamo, lo stress imita le patologie, riproducendone dolori
e correlazioni fisiologiche. Le diagnosi però sono il più delle
volte incerte: e ciò perchè il corpo si ribella ed il danno
viene più o meno tenuto sotto controllo (tendenza all'omeostasi).
Col tempo però, soprattutto quando non vi sono sfoghi adeguati o
le cause psicologiche sono preponderanti, lo stress arriva al
punto da creare le malattie, anche con lesioni d'organo e
quant'altro attiene alla sua "perfetta" evoluzione.
Nella specie, il senso di colpa, con l'usura continua che ne
deriva, produce lentamente uno stato costante di agitazione, di
insoddisfazione e di infelicità, fino ad arrivare al salto sul
corpo e quindi, minando il sistema immunitario, procura come
detto disfunzioni e poi lesioni.
La progressione allora potremmo, rozzamente, descriverla così:
senso di colpa => stress => tendenza all'omeostasi => senso di colpa
=> stress => tendenza all'omeostasi => senso di colpa => stress... malattia.
Quando, invece, la progressione virtuosa, dovrebbe invece essere:
senso di colpa => stress => tendenza all'omeostasi =>individuazione della
fonte dello stress => individuazione del senso di colpa => interventi riparatori
del soggetto stesso o con aiuto psicoterapico => tendenza all'omeostasi => risoluzione del problema.
Di conseguenza, se non intervengono fattori esterni, di varia
natura, che possano modificare il naturale svolgimento dei fatti
così illustrati, il senso di colpa porta inevitabilmente un
bagaglio di sofferenze prima, e di malattia dopo.
Ciò è quanto può interpretare il terapeuta nella storia del
paziente.
Il soggetto è però generalmente all'oscuro di questi
meccanismi, sia perché il senso di colpa, come detto, è spesso
inconsapevole, sia perché è a livello inconscio che si sviluppa
l'intero procedimento.
Questo aspetto è il meno studiato dei due, perché
sembrerebbe improponibile in termini teorici e pratici, in quanto
cozza con tutti i criteri di buon senso, di corretta evoluzione, e
di gestione dell'omeostasi: anche qui si segue la strada della
"soddisfazione". Ma vediamo come.
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Se nella nostra vita c'è un elemento ostativo che ci impedisce
di raggiungere gli equilibri che vorremmo:
- genitori che ostacolano le nostre naturali aspirazioni e
quindi gli ostacoli educativi sono ritenuti eccessivi e fuori
luogo,
- partners che allargano a dismisura la loro personalità
costringendoci al soffocamento ed alla repressione,
- figli da cui dipendiamo che vorrebbero imbalsamarci ed
immobilizzarci in un ruolo senza libertà e senza individualità,
- parenti con cui vi è una relazione di dipendenza e che
vorrebbero chiuderci in un rapporto coercitivo e soffocante,
amici con cui si è instaurato un rapporto strettissimo e quasi
parentale, e che però ugualmente non ci aiutano a realizzarci
come vorremmo,
allora la strada migliore per ottenere compiacimento e
profondo piacere nel creare un dispiacere, rimane quella di
ammalarsi.
La nostra sofferenza infatti può essere causa di un grande
sconforto in chi ci è vicino. Può ostacolare i suoi
passi, inceppare meccanismi progettuali, far riflettere sulla
nostra indispensabilità, inserire un sottile rimorso, far provare
insomma, in modo indiretto e subdolo tutto ciò che può
avvicinarsi ad una vera e propria punizione.
Nelle situazioni che sono state brevemente illustrate, sembra
infatti che il soggetto non abbia arma alcuna per contrastare una
condizione, che per i legami affettivi esistenti, non presenta
nessuna via d'uscita.
E quindi infinite discussioni, ripicche, umiliazioni, prostrazioni,
violenze psicologiche e/o fisiche, proibizioni, coercizioni, costituiscono il terreno di
coltura dove poi prolifereranno i sentimenti di odio che
porteranno all'unica tattica possibile (laddove sia risultato
impensabile o impossibile affrontare in modo risolutivo
l'interlocutore ed affrancarsene, rendendosene liberi): la propria
sofferenza.
Se apparentemente risulta logico rivolgere contro se stessi, per
il senso di colpa, i meccanismi del dolore e dell'espiazione, e di
ciò vi è ormai un'ampia letteratura scientifica oltre che,
parallelamente, anche una vasta esemplificazione di narrativa e
di teatro, dai tempi di Omero fino ai giorni nostri, diventa
pressoché complicato poter accettare che si imbocchi la strada
di un proprio travaglio, magari che faccia macerare fino alla
tragedia, solo per "punire" chi ci sta vicino.
Ma forse a questo punto abbiamo bisogno di un supporto
autorevole.
Secondo Freud (1911), alla base dei fenomeni psichici vi é un
principio economico, che egli definisce principio del piacere che
ha la funzione di evitare il dispiacere e il dolore, e di
provocare, invece, il piacere, connesso alla riduzione al minimo
della tensione energetica. A questo scopo provvede tale
principio, scaricando la tensione e, quindi, ripristinando uno
stato di equilibrio, mediante l'appagamento del desiderio, ma
ciò avviene per via allucinatoria, grazie a soddisfazioni
sostitutive rispetto a quelle reali.
Questa situazione non può
che generare frustrazione, in modo che viene a strutturarsi,
stando a Freud, un secondo principio, che tenta di assumere una
funzione regolativa rispetto al principio del piacere: si tratta
del principio di realtà, che non tenta più il soddisfacimento
tramite scorciatoie e forme sostitutive, ma segue le condizioni
date dalla realtà, anche se questa si può presentare sgradita.
Il principio del piacere tende ad ottenere tutto immediatamente,
mentre il principio di realtà può differire quella esigenza in
vista di un'eventuale meta, più sicura e meno illusoria; nella
evoluzione, quest'ultimo provoca una serie di adattamenti
dell'apparato psichico, conducendo allo sviluppo e al
potenziamento di funzioni coscienti come l'attenzione, la
memoria, il giudizio e il pensiero.
Questo non vuol dire che il principio del piacere scompaia del tutto; esso prosegue
nell'operare e nell'estrinsecarsi, specialmente nelle circostanze
in cui diminuisce la dipendenza verso la realtà, come appunto
nei sogni, nelle fantasie e, in una certa misura, nelle
produzioni artistiche.
Questo dualismo di princìpi, costruito in
analogia alla fisica, come distribuzione e circolazione
energetica, viene però in un secondo tempo modificato da Freud;
nel 1920, infatti, egli pubblica "Al di là del principio del
piacere", dove accanto alle pulsioni sessuali, riconosce
l'esistenza di una pulsione antagonistica, la pulsione di morte,
cioè una tendenza distruttiva inerente la vita stessa.
In quest'opera egli tratteggiò una concezione dualistica e
antagonistica delle pulsioni fondamentali che animano la vita
dell'uomo: alle pulsioni legate al principio di piacere (che
comprendono le pulsioni sessuali e le pulsioni di
autoconservazione) Freud affiancò infatti le pulsioni di morte,
le cui manifestazioni hanno il carattere della distruttività e
la cui meta è far regredire l'organismo individuale a uno stato inorganico.
Quando le pulsioni di morte sono rivolte verso l'interno, esse
tendono all'autodistruzione, ma poi possono essere dirette anche
verso l'esterno, assumendo così la forma di pulsioni di
aggressione e di distruzione. Nella realtà psichica le pulsioni
si presentano sempre come ambivalenti, caratterizzate cioè dalla
compresenza di questi due princìpi di vita e di morte: anche la
sessualità presenterebbe dunque questa ambivalenza sotto forma
di amore e di aggressività.
Come abbiamo visto, secondo Freud esisterebbero due
"motori" fondamentali, detti di piacere e di realtà,
che producono energia per indirizzare i nostri
comportamenti:l'uno tende alla soddisfazione di un
desiderio, costi quel che costi, come per le azioni compulsive (lo
shopping, le varie tossicodipendenze, i raptus, la sessualità
esasperata), l'altro invece si procura di mediare le esigenze
improvvise ed inderogabili con l'esame attento dell'ambiente, lo
studio delle situazioni e l'aiuto dell'esperienza.
La mia pratica professionale allora mi ha portato a
considerare che, laddove non esistano altri sistemi per averla
vinta su qualcuno intorno a noi che ci limita, la
"migliore" strategia possibile (come da principio del
piacere) è procurargli un grande dolore, con la nostra
sofferenza. La quale può arrivare addirittura, con grande sprezzo
della vita e della sopravvivenza usque ad mortem: all'annientamento della persona.
Ciò che Freud chiamava pulsione di morte.
È come avere una sorta di pensiero punitivo, che organizza le
nostre energie non già secondo i criteri conosciuti
dell'evoluzione, e cioè ad immagazzinare dati per costruire
strategie atte a migliorare la nostra esistenza, come in tutto
l'universo vivente noto, ma per perseguire un disegno perverso
dove lo strumento tattico per annientare l'avversario, per
levargli gioie e serenità, per creargli incubi e disperazione, è
una cosa incredibile: la nostra malattia.
Va da sé che questo "pensiero" può arrivare sino a
gravi conseguenze, anche perché quando si innesca un meccanismo
che comporta il coinvolgimento di strutture solide, ma
delicate, come il sistema immunitario, il gioco può diventare
incontrollabile e quindi irreversibile.
Per scrivere al dott. Luigi Mastronardi